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I CASTI AMORI DELLA BISALTA E DEL MONVISO.

“Al tempo delle streghe” in luogo della Bisalta e del Monviso vi era una gran landa boscosa percorsa da un fiume “grosso che scorreva cheto”. ALTA era una ”fanciulla sola senza mamma, nera d’occhi, bruni i capelli e incolti e sparsi e folti”, la quale viveva di bacche e di radici, era sola e povera senza alcun desiderio, ma “si era fatta grande ed era troppo poco quel cielo stesso che le era apparso immenso”. Un giorno ode dall’altra sponda del fiume la voce di VISO, giovane bellissimo, che cantava tutto il giorno “la tristezza di star solo…di quei fiori che mi sono nati dentro in solitudine… chiamarsi Viso e non essere visto…Alta risponde…ma apprende che “appena gli sguardi tuoi nei miei fossero fissi,perderesti la gioia del mio canto. Infine:

ERA UNA NOTTE SERENA D’AGOSTO, FILAVANO LE STELLE INDEMONIATE NEL CIELO APERTO:VISO A PIENE GOLA LANCIAVE LE CANZONI SUE NELL’ARIA A GARA CON LE STELLE:ALTA ASCOLTAVA…L’ALBA PROSSIMA E CHIARA AD ORIENTE IL CIELO COLORIVA, ERA GIA’ DELL’ULTIMA MELODE LA PIU’ TRISTE, IL CANTO DELL’AMORE SENZA SOLE…POI LA DISPERATA ATTESA DELL’AMOR CHE VIVE AL BUIO. ED ALTA SUPPLICO’…CANTAMI ANCORA…UN RAGGIO SOTTILISSIMO BRILLO’, CORSE LA PIANA SEMINANDO L’ORO SULL’ERBE, SOPRA GLI ALBERI, SUI FIORI, TINSE L’ACQUE SILENTI E L’UNO ALL’ALTRA MOSTRO’ GLI AMANTI…SI VIDERO DALL’UNA ALL’ALTRA SPONDA, SI LEVARONO COL GRIDO DELL’AMORE SCOPPIANTE IN PETTO, E DENTRO ALL’ACQUA CHETA CORSE RADIOSO VISO INCONTRO AD ALTA………………..UNO SCHIANTO SI UDI’ DI SOTTO L’ACQUA, UN CROLLARE DI MASSI, UN SUONO CUPO, UN FURUBONDO SCUOTERSI DELL’ONDE. TRA VISO ED ALTA SI DIVISE IL FIUME CON ORRENDO FRAGORE, E MILLE AL CENTRO SI LEVARONO GRANITI CONTRO IL CIELO, E TERRA NERA ED AFFOGATE PIETRE. POI FU QUIETE, CONTINUO’ SOLENNE IL FIUME LA SUA CORSA VERSO IL MARE, LASCIANDO APPENA A RICORDAR L’AMORE CHE LA LUCE DEL GIORNO RESE VANO ALTO NEL CIELO E GRANDE L’ALTIPIANO…IL VISO CHIARO E LA BISALTA CUPA CHE FURON FATTI MONTI PER AMORE…NE’ L’UNO CANTA NE’ L’ALTRA ASCOLTA, PUR SI FISSANO SEMPRE CON ARDORE….

Infatti dalla Bisalta si vede il Monviso, la vetta più alta delle montagne cuneesi, ma dal Monviso si vede sempre la Bisalta, perché pur essendo più bassa, si incunea nella pianura…Ciò perché Viso ed Alta potessero almeno sempre vedersi…

 


LA BISALTA : La leggenda dell’origine del nome.

Un tempo la Bisalta si chiamava Besimauda, ed aveva una sola punta, più alta.

Sulle sue pendici vi abitava un montanaro, con le sue greggi che gli davano da vivere, ma ogni tanto scendeva a Peveragno a vendere i prodotti che le sue pecore gli davano ed a fare acquisti per il suo sostentamento,ed anche per svagarsi un po’, bere un bicchiere di vino con i suoi amici e parlare un po’ con loro. Un giorno , un lunedì perché vi era il mercato ed era più facile trovare gente, scese a Peveragno per il suo solito giro; vi era molta gente, perché era l’ultimo mercato dell’anno,la festa di S.Andrea, poi la gente si chiudeva in casa con le provviste per l’inverno imminente, potendo nevicare da un giorno all’altro. Incontrò più amici del solito, e si soffermò con gli uni e con gli altri più del previsto, bevendo parecchi bicchieri di vino. Essendo già autunno inoltrato, la sera scese presto,ed il nostro amico si accorse che era ora di tornare a casa. Ma era una notte buia,e quei bicchieri di troppo gli pesavano, faceva fatica ad orizzontarsi, continuava a inciampare nei cespugli ed a cadere; la luna era nascosta dalla punta della montagna che gli impediva di vedere il percorso.Dopo tante cadute e tanta fatica esclamò: venderei l’anima al diavolo se si aprisse la punta della montagna e la luna spuntasse a rischiararmi il cammino. Subito apparve il diavolo in persona che gli propose di firmare un atto di vendita dell’anima in cambio del lavoro di fargli spuntare la luna da dietro la Besimauda. Esausto dalle continue cadute e dalle ferite che i rovi gli avevano procurato, accettò e firmò il contratto. Immediatamente una moltitudine di diavoli si mise al lavoro ed in men che non si dica incisero la punta della montagna, formando una V, cosicchè la luna affacciandosi in questa fessura rischiarasse il cammino al montanaro. E’ per questo che alla base delle 2 punte vi sono molti massi e pietroni, sono quelli che formavano la punta della Besimauda , e che rotolarono giù dopo essere stati divelti. Il montanaro, vedendosi rischiarato il cammino, non faticò più e ritornò finalmente alla sua dimora. Il mattino seguente il diavolo si presentò per riscuotere l’anima promessagli. Alle rimostranze del contadino, che intanto si era ripreso dalla sbornia, fece vedere il contratto firmato, ma la sua sorpresa fu grande e fuggì inorridito: il montanaro non sapeva scrivere, ed aveva firmato con una croce: fu questa a far scappare il diavolo, pertanto il contratto non era valido ed il contadino salvò l’anima. Ma rimase il taglio sulla punta della montagna, che da allora avendo 2 punte si chiamò Bisalta, 2 volte alta.

 

 

 


MENU DELL’ALPINISTA.

Alimentarsi bene è importante per resistere alla fatica quando si va in montagna.Una colazione abbondante è sicuramente il modo migliore per prepararsi alla marcia.Lo sapevano bene i vecchi montanari per i quali la prima colazione era il pasto più importante della giornata .La Società Italiana Medicina di Montagna raccomanda prima di partire di fare una abbondante colazione, mangiando un po’ di tutto, in modo vario, ma senza esagerare. La colazione ideale prevede yogurt, frutta fresca ed essicata , un pezzettino di formaggio, una bella tazza di caffelatte e naturalmente pane, burro e marmellata. Meglio pane nero ,perché contiene zuccheri complessi che passano nel sangue più lentamente e vengono utilizzati durante la giornata in maniera più costante; meglio anche evitare cibi molto ricchi di grassi, come le uova, che possono appesantire lo stomaco. I Lipidi (i grassi) invece, sono un carburante praticamente illimitato ed hanno il doppio delle calorie rispetto agli zuccheri. Quindi durante la giornata pane e salame, parmigiano, lardo ,frutta secca (noci,nocciole ecc…) sono gli alimenti da preferire. Importante la cena, per reintegrare ciò che si è perso durante la giornata, ed immagazzinare scorte per il giorno seguente. Un buon piatto di minestrone con la pasta ed una spolverata di formaggio è l’ideale, perché vi sono zuccheri, acqua, vitamine, Sali minerali ed una giusta dose di grassi. Anche la carne e le uova vanno bene, in quanto contengono le proteine che reintegrano le fibre muscolari perse durante la marcia. La giusta percentuale degli alimenti dovrebbe (sempre) essere 50-55% di carboidrati, 25-30% di grassi, il resto di proteine. Importantissima è l’idratazione. Durante una lunga marcia conviene reintegrare l’acqua persa al massimo ogni 30 minuti, anche se non si sente la sete, che è il primo sintomo della carenza d’acqua .L’acqua va bene, ma vi è una pozione che viene consigliata:300 ml. di succo di frutta, meglio di albicocca perché ha zuccheri nella quantità giusta ed antiossidanti, 700 ml. di acqua e la punta di un cucchiaino di sale (meglio grosso) che non dà il gusto salato ma reintegra i sali persi con la sudorazione. Un paio di litri di questo beverone, che contiene alcune vitamine fondamentali come la A la C e la E, nello zaino e si è a posto. La sera in rifugio un buon bicchiere di vino od una birra vanno più che bene .Infine per un trekking di più giorni c’è una formuletta che consente di calcolare la propria andatura per attingere in maniera corretta alle risorse energetiche ingurgitate. Bisogna fare uno sforzo adeguato al proprio fisico e non impegnare eccessivamente il sistema vascolare. Per camminare in maniera corretta non bisogna superare il 60-65% della propria frequenza massima, che si può tenere solo per pochi minuti, e si calcola così:220 meno l’età. Ma la vera formula della felicità è il passo lento e ritmato dei vecchi montanari .

(tratto da un articolo della Società italiana medicina di montagna apparso su Meridiani montagne n.56)


 

PREVISIONI METEOROLOGICHE LOCALI


BELLO STABILE: La pressione è alta, la temperatura è bassa d’inverno,alta in estate.

Il cielo è azzurro o grigio chiaro al sorgere del sole, in pianura si formano foschie.

Le nuvole se presenti possono essere alte e trasparenti.

L’altimetro presenta variazioni limitate d’inverno;in estate aumenta di notte e diminuisce nel

Pomeriggio.

BRUTTO STABILE: La pressione è bassa, l’umidità è alta;la temperatura è in diminuizione in estate, in aumento

D’inverno.

Il cielo è rosso al mattino, al tramonto vi sono cortine di nubi davanti al sole.

Le nubi non si dissolvono, ma progressivamente coprono tutto il cielo.

Sull’altimetro si leggono valori più elevati rispetto alla vera altezza indicata dai punti quotati.

VARIABILE PEGGIORA: La pressione diminuisce; temperatura in diminuizione in estate, in aumento d’inverno. La

Umidità aumenta.

Il cielo in montagna è azzurro molto tenue, quasi grigio;in pianura biancastro. Aloni attorno al

Sole o alla luna. (se la luna a là l’ roeu, o vent o broeu.) .

Nubi alte, cirri, cirrostrati; al tramonto l’orizzonte è pieno di nubi.

L’altimetro in inverno mostra un aumento costante dell’altezza(max 150 m. in 24 ore.);in estate

Aumento rapido in circa 6-10 ore( max 100 m.).

VARIABILE MIGLIORA: La temperatura e l’umidità d’inverno sono in diminuizione, in estate la temperatura aumenta

L’umidità cala.

Il cielo è coperto al mattino. L’alba è grigia ed il tramonto è sereno.

L’orizzonte è coperto, ma le nubi qua e là si rompono e si vede l’azzurro intenso del cielo.

L’altimetro in inverno mostra diminuizione continua dell’altezza(max 150 m. in 24 ore). In estate

Diminuizione rapida (specie dopo un temporale), entro le 3-4 ore.


Ma la previsione locale più sicura nella nostra zona è la seguente:se la Bisalta a l’à l’ capel, o che fa brut, o che fa bel.

Se la Bisalta l’à gnant d’l tut, o che fa bel, o che fa brut.

 


VALANGHE

 

In caso di incidente da valanga, l’unica azione efficace è l’immediato autosoccorso da parte dei compagni superstiti. Pertanto è necessario avere con sé ARVA,, pala e sonda…Le probabilità di sopravvivenza in caso di seppellimento totale, senza traumi, sono 92% nei primi 15 minuti, solo il 30% dai 15 ai 35 minuti….La causa di morte principale è l’asfissia nel 50% dei casi, il recupero dei travolti ancora in vita si verifica solo in particolari situazioni, specie quando resta la cosiddetta “sacca d’aria”, spazio libero da neve davanti alla bocca (mano, foulard, braccia a gomito ecc. Infatti si consiglia di “nuotare” se si è travolti..).

PERICOLO: è la probabilità che si verifichi l’evento valanghivo, date le condizioni della neve:altezza, spessore, temperatura, pendenza del pendio, esposizione, altimetrie ecc…RISCHIO:quando si tiene in considerazione anche la gravità dei danni prodotti. Il PERICOLO è dato dai dati cartografici che inquadrano in un contesto territoriale le aree percorse o percorribili da eventi valanghivi, e dai dati nivometeorologici che stimano la stabilità del manto nevoso.Il RISCHIO si divide in tre categorie. La minaccia, la probabilità di danno e l’ampiezza del danno.Il rischio residuo è la probabilità che si verifichi un danno entro un dato periodo di tempo, quanto più spesso si decide di accettare un rischio residuo, tanto più probabile che si verifichi una catastrofe. La MINACCIA è la probabilità di caduta di una valanga e dipende dalla intensità della nevicata, dalla stabilità del manto nevoso e dalla eventuale presenza di accumuli da vento.

La configurazione del terreno, l’esposizione del versante, l’influenza dei venti dominanti,l’estrema variabilità locale degli strati di neve e la loro coesione, l’intensità delle precipitazioni e l’influenza del microclima locale sono le variabili che determinano la stabilità o meno del manto nevoso. POSSIBILITA’ DI RIDURRE LE PROBABILITA’ DI MINACCIA:seguire le previsioni del bollettino meteorologico, soprattutto la scala di pericolo (da 1 a 5). Verificare sul sito le caratteristiche nivometeorologiche . Valutare l’intensità della precipitazione, la velocità del vento, la fluttuazione delle temperature, l’attività di caduta delle valanghe. Osservare l’evolvere della situazione in condizioni di sicurezza. Eventualmente rinunciare alla gita se le condizioni non ci appaiono più che sicure:è meglio rinunciare alla montagna che morire per essa, dicono alcuni manifesti appesi nei rifugi….

IN CASO DI INCIDENTE:contattare le stazioni del Corpo Nazionale Soccorso Alpino;fornire le generalità di chi chiama ed il luogo da dove chiama;dire cosa è successo, dove, quando e come; il numero delle persone coinvolte e dei dispersi; il numero dei testimoni presenti sul posto;le condizioni di accessibilità al luogo.

NIVOMETEOROLOGIA

L’atmosfera è lo stato gassoso che circonda la terra, ed è costituita da aria, cui si aggiungono acqua (allo stato di vapore, di liquido o di ghiaccio) e sospensioni solide inorganiche. Il calore del sole è trattenuto per il 40% dalla atmosfera. Uno strato di nuvole aumenta l’effetto termico, perciò le notti serene sono più fredde di quelle in cui il cielo è coperto.Il maggior riscaldamento della atmosfera avviene in prossimità del suolo, in conseguenza del calore da questo riflesso. L’aria riscaldandosi si dilata e diventa più leggera; tende perciò a sollevarsi ed è sostituita da aria più fredda. L’aria calda si solleva all’equatore e si dirige verso i Poli, mentre la aria fredda si dirige dai Poli all’equatore, scorrendo sotto l’aria calda. Ma questo movimento è complicato dalla rotazione terrestre…Nelle zone più calde ove l’aria si riscalda e si dilata, si ha un movimento ascensionale. In presenza di correnti ascendenti la pressione è minore (bassa pressione).

Il contrario nelle zone più fredde..Avremo così zone di alta o bassa pressione, misurabili col barometro. La pressione barometrica a livello del mare è di 760 mm7Hg; diminuendo con la altitudine, a 3500 m. si riduce di 1 /3 (500mm/Hg), a 5400 m. è ridotta della metà (380mm/Hg, campo base dell’Everest), a 8000m. scende a 253 mm/Hg. Di pari passo si riducono le pressioni dei gas presenti nell’aria (ossigeno, azoto, ecc..), quindi la densità, la umidità e la resistenza dell’aria; la temperatura ambientale, ed aumentano invece la radiazione solare e la ventosità. Queste alterazioni, soprattutto le minime pressioni parziali dell’ossigeno, sono la causa delle ridotte prestazioni dell’uomo in montagna:il soggetto colpito accusa mal di testa, insonnia, vertigini, stanchezza, nausea e vomito, per alcuni già sopra i 2000, 2500 m..Questa sintomatologia nella maggioranza dei casi si riduce o scompare con la discesa verso quote più basse. Il diverso riscaldamento cui sono soggette le varie regioni della terra dà origine ai vasti movimenti di correnti verso i Poli e viceversa, condizionate dalla climatologia della zona in cui tale massa si forma; così una massa d’aria che ha origine sulla Siberia sarà fredda e priva di umidità, una che si forma sul Nord Africa sarà calda ed umida. Quando si incotrano le 2 masse si formano perturbazioni tanto più intense e durature quanto maggiori sono le differenze di umidità e temperatura delle 2 masse.

L’Italia settentrionale è particolarmente interessata dall’incontro delle masse d’aria che si formano sulle Azzorre e sull’Islanda, che influenzano le condizioni meteorologiche dell’arco Alpino. La massa d’aria fredda, essendo più pesante, scorrerà in prossimità del suolo, incuneandosi sotto la massa d’aria calda e sollevandola. Questa , contenendo un elevato quantitativo di umidità, sollevandosi si raffredda, l’umidità condensa e dà luogo a formazioni nuvolose.

LE NUBI.

L’aria salendo si raffredda (1°C ogni 100 m.) e si espande perché soggetta a pressioni minori, e raggiunta la saturazione condensa in goccioline di acqua. Il vapore acqueo condensato in goccioline forma il cumulo.

Le nubi si possono classificare in nubi di sole goccioline d’acqua, di soli cristalli di ghiaccio o nubi miste. LE NUBI STRATIFORMI di aspetto stratificato, ricoprono superfici molto vaste, sono collegate a grandi perturbazioni e si formano a tre diverse altitudini, quindi soni distinte in:

Strati e Stratocumoli, tra i 1500 e 2500 m., ricoprono il cielo più d’inverno che d’estate.

Altostrati e Altocumoli, tra i 3000 ed i 10.000 m.

Cirri e Cirrostrati, che si originano a quote superiori, si presentano come nubi a “piuma” o a “velo”.Le prime si trasformano rapidamente e preludono ad un rapido peggioramento con sicure precipitazioni. Con i venti occidentali le perturbazioni saranno piuttosto intense e durature.

I venti che spirano da est portano generalmente tempo buono.

I VENTI

Il vento è il movimento orizzontale dell’aria dovuto alla differenza di pressione tra 2 zone vicine e distinte.Lo si indica in base alla direzione di provenienza. Direzione e velocità sono differenti tra una cima di montagna,dove variano secondo l’esposizione di un versante, ed il fondovalle, ove tendono a seguire la direzione della vallata. Se il vento soffia in direzione opposta a quella delle nubi è probabile un rapido peggioramento del tempo. Con venti deboli in montagna si mantengono condizioni di tempo buono. Le BREZZE sono venti locali che percorrono una valle. VENTI di PENDIO quelli che spirano in senso trasversale ad una valle. Quando una valle è orientata da N a S il vento di pendio si afferma su entrambi i versanti;quando una valle è allungata nel senso dei Paralleli, il vento di pendio è ben sviluppato solo sul versante soleggiato, mentre appare attenuato o manca del tutto sul versante in ombra.

Il Fòhn è un vento tipico delle regioni alpine che non soffia da una direzione precisa, ma si instaura tutte le volte che una massa d’aria umida incontra un rilievo montuoso. L’aria salendo in quota si espande e si raffredda. Quando inizia la condensazione il raffreddamento è più lento: durante tale processo è restituito all’ambiente il calore che prima era stato necessario per trasformare l’acqua in vapore. A tale processo sono legati i due fenomeni conosciuti come stau, cioè accumuli di nubi orografiche e fòhn. Si è in presenza di fòhn quando le Alpi si trovano in un campo di alta pressione ad Est, e di bassa pressione ad Ovest. Il fòhn è un vento locale di caduta, con direzione , intensità e temperatura dipendenti solo dalla disposizione della catena montuosa rispetto al percorso della massa d’aria umida, e non si deve confondere con altri venti caldi (scirocco, proveniente da S.E.).

SCALA DELL’INTENSITA’ DEL VENTO (KM/H)

Grado 0: calma;km/h 0-1;il fumo si alza perpendicolarmente.

Grado 1: quasi calmo; 2-5

Gr.2: vento leggero; 6-11

Gr.3 :vento debole (brezza); 12-20

Gr.4 :vento moderato;21-29

Gr.5 :vento teso;30-39

Gr.6: vento fresco:40-49

Gr.7: vento forte; 50-61

Gr.8: vento tempestoso (burrasca moderata);62-74

Gr.9: tempesta (burrasca forte);75-88

Gr.10:tempesta forte;89-102

Gr.11:tempesta molto violenta;103-117 azione distruttrice

Gr.12:uragano:più di 118 km/h. Devastazioni ingenti ovunque.

NIVOLOGIA

La nivologia è la scienza che studia le caratteristiche fisico-chimiche della neve:ha scoperto che i cristalli di neve hanno forma esagonale, riflettendo la disposizione delle molecole d’acqua nella struttura del ghiaccio.La forma del cristallo dipende dall’orientamento delle molecole di ghiaccio da cui è costituito rispetto al reticolo esagonale, ma la sua forma è influenzata da una serie di variabili, delle quali la più importante è la temperatura.Pertanto avremo forme di cristalli le più diverse possibili: a colonna, dendritici, aghiformi ecc…, con bordi, spigoli ed angoli diversi, a seconda della densità del vapore in eccesso, essendo le velocità di crescita dei cristalli dovute al repentino trasferimento di molecole di vapore acqueo sulla superficie del cristallo. Variazione dei tipi di cristallo durante forti nevicate possono creare condizioni tali per cui uno strato di neve non si lega bene con quelli sottostanti:questo è importante ai fini della previsione della stabilità del manto nevoso. Può succedere ad esempio che durante una nevicata in calma d’aria la neve possa depositarsi in strati notevoli anche su superfici più o meno verticali solo se i cristalli presentano una forma dendritica, in quanto l’ingranaggio delle sottili ramificazioni permette al manto nevoso di acquisire una coesione interna sufficiente a resistere alla trazione verso il basso dovuta al peso della neve. Oppure che strati di neve pallottolare non si leghino bene con strati vicini di forme completamente diverse, creando così condizioni di instabilità del manto nevoso.Molto importante è il processo di rottura meccanica delle ramificazioni dei cristalli causati dal trasporto della neve ad opera del vento. Possiamo dunque affermare che:

La coesione dipende dalla forma dei cristalli.

Con il tempo la forma dei cristalli cambia (metamorfismi) più o meno velocemente.

Le variazioni di temperatura influiscono sulla velocità di metamorfisi.

La rottura dei cristalli della neve fresca (escludendo la fusione per alte temperature), avviene:

per l’azione meccanica del vento (distruttiva, rapida ed efficace), per il peso sovrastante o per azione artificiale di battitura (o a causa delle vibrazioni prodotte ; esempio : uso di esplosivo, spari ,rumori di motoslitte ecc...).

per trasferimento di vapore dalle punte di ghiaccio all’aria circostante , sublimazione che conduce ad una smussatura degli angoli vivi dei cristalli.

Durante questa trasformazione la neve si assesta, cioè diminuisce di spessore con aumento della densità per eliminazione di gran parte dell’aria inglobata nel manto.Le trasformazioni cui è sottoposto il cristallo si distinguono in metamorfismo da isotermia, da gradiente, da fusione ecc…

In base al grado di umidità ed al contenuto di acqua, si distinguono i seguenti tipi di neve:

SECCA O ASCIUTTA:temperature molto basse (per fare una palla di neve occorrono compressioni forti e ripetute).

UMIDA:temperatura vicina a 0°C, acqua liquida non visibile con la lente;nella neve rimane ancora una sufficiente quantità d’aria (per fare una palla di neve basta una leggera compressione con le mani).

BAGNATA:temperatura prossima a 0°C,acqua liquida riconoscibile tra i cristalli ma che non può essere liberata per pressione con le mani.

MOLTO BAGNATA:temperatura quasi uguale a 0°C; l’acqua si può far gocciolare per pressione con le mani.

FRADICIA O MARCIA:temperatura uguale a 0°C; neve mista ad acqua (comprimendola con le mani libera una grande quantità d’acqua ed acquista un aspetto traslucido per la scarsità di aria presente).

Nel meccanismo di distacco della valanga entrano in gioco l’angolo di inclinazione del versante, l’angolo di attrito statico del cistallo, e l’angolo di attrito dinamico. Cristalli dendritici di neve fresca potranno così fermarsi anche su pareti quasi verticali, ma non formare depositi notevoli. In caso di nevicate abbondanti si avranno frequenti scariche dalle rocce a picco, ma con pericoli molto limitati; la neve caduta però andrà ad accumularsi sui pendii sottostanti, formando depositi molto consistenti che possono dare origine a grosse valanghe molto pericolose. Lo stesso fenomeno di accumuli di neve è provocato dal vento. I pendii più pericolosi per distacco naturale sono quelli compresi fra il 50% ed il 120% circa di pendenza, sotto i 50% la neve di norma è generalmente stabile. Sopra il 120% il versante si scarica frequentemente e regolarmente in piccole masse di scarso significato.

CODICE CRISTALLO DESCRIZIONE DELLA FORMA

  1. cristalli vicini alla forma originale:neve

selvaggia appena precipitata.

  1. forme irregolari spigolose :neve feltrosa ancora

fresca.

  1. grani arrotondati senza spigoli vivi:nevegranulos

  2. cristalli con spigoli vivi e faccette piane lucenti.

  3. cristalli cavi a calice:neve scorrevole e pericolos

  4. grossi grani rotondi:neve primaverile, umida o marcia.

ZONA DI DISTACCO

E’ la zona dove ha origine il fenomeno valanghivo;a monte è limitata da una linea di distacco.Per tracciare percorsi sci-alpinistici sicuri è indispensabile interpretare e valutare i diversi fattori che concorrono al distacco della neve, e cioè:

Variazioni morfologiche del terreno: ad esempio accentuate convessità presenti su un pendio aumentano le tensioni interne al manto nevoso e favoriscono il distacco di lastroni.

Isolate pareti rocciose: interrompendo la copertura nevosa, rendono più deboli gli ancoraggi periferici della neve.Inoltre può verificarsi caduta di sassi o cornici, magari su un manto nevoso instabile.

Gradonamenti o sentieri: rendono gli ancoraggi periferici della neve più deboli,variano lo spessore della neve e la regolarità del deflusso delle acque di fusione.

Orientamento rispetto ai venti dominanti: i versanti sottovento con accumuli di neve hanno in genere una copertura vegetale diversa,piante a breve ciclo vegetativo, rispetto ai versanti sopravento più aridi per bilancio idrico sfavorevole.

Esposizione: i versanti esposti da Sud-Sud-Est ad Ovest hanno in genere coperture nevose di minor spessore a causa dell’assestamento più rapido e di norma le valanghe che vi si osservano sono di massa non eccessiva, di neve umida e pesante e quindi meno veloci.

Scabrosità del terreno:terreni regolari lisci, specie se umidi, favoriscono il distacco di valanghe di fondo in quanto facilitano lo slittamento della neve.

Ghiaioni e pietraie: permettono un buon ancoraggio dello strato inferiore di neve e, dato che il freddo può arrivare più in profondità, rallentano la perdita di coesione per metamorfosi dei cristalli. Certi sentieramenti in prato- pascoli ripidi, testimoniano il distacco di valanghe di fondo che hanno strappato la cotica erbosa permettendo la successiva erosione idrica incanalata dovuta a violento ruscellamento.

Copertura vegetale: le erbe alte non falciate dei prati o dei pascoli abbandonati, le formazioni cespugliose specie se molto dense, e le lettiere indecomposte facilitano sia lo slittamento, sia la formazione di brina di fondo. I cespugli (ontano, pino mugo, rododendro) e le forme nane trattengono sufficientemente bene la neve, finchè il livello del manto nevoso non supera la loro altezza. Le erbe falciate od i pascoli trattengono meglio la neve.

Boschi:quelli a foglia caduca non portano variazioni al manto nevoso, in genere funzionano da frangivento, ma in caso di nevicate turbolente da essi si possono staccare valanghe da non sottovalutare. Quelli della abetaie intercettano con la loro chioma sempre verde le nevicate, creando punti di minor innevamento. Inoltre la neve umida che cade dalle abetaie comprime e consolida la neve sottostante.

P E R C O R S O

La valanga tende a spostarsi lungo le linee di massima pendenza e di minor attrito del terreno. Se incontra curve, specie se brusche e strette, può fuoriuscire dal canalone ed interessare i versanti vicini. I debordamenti sul terreno sono evidenziati dalla variazione di copertura vegetale, e ci possono essere utili per capire ove può scendere una valanga (il successivo inverno, essendo ben visibili per parecchio tempo, anche un secolo..) Ogni ostacolo influisce sulla direzione e velocità del fonte della valanga, a seconda dell’angolo di incidenza , della forma e della lunghezza dell’ostacolo, della frequenza delle valanghe sullo stesso percorso (la prima valanga spiana la strada alle successive), dell’altezza dell’ostacolo. La neve trasporta un notevole volume di materiale rimosso, ed il soffio provocato dalla valanga può schiantare alberi sul versante opposto, cose che la rendono ancora più pericolosa.

CLASSIFICAZIONE DEL PERICOLO DI VALANGHE

La scala comprende 5 livelli e fornisce una idea del pericolo:

1 DEBOLE:il manto nevoso è ben consolidato e stabile. Il distacco è possibile solo con forte sovraccarico su pochissimi punti sul terreno ripido estremo. Possibili solo piccole valanghe spontanee e scaricamenti. Condizioni generalmente sicure per gite sci-alpinistiche.

2 MODERATO:il manto nevoso è moderatamente consolidato. Il distacco è possibile solo con un forte sovraccarico su pendii ripidi. Condizioni favorevoli per gite sci-alpinistiche, non grandi valanghe spontanee.

3MARCATO:distacco possibile con debole sovraccarico su pendii ripidi, in alcune zone valanghe spontanee di media grandezza. Possibilità di gite sci-alpinistiche limitate.

4FORTE:distacco probabile già con un debole sovraccarico, valanghe spontanee di media grandezza, manto nevoso debolmente consolidato. Gite sci-alpinistiche fortemente limitate.

5MOLTO FORTE:grandi valanghe spontanee, anche su terreno non molto ripido, manto nevoso instabile. Gite sci alpinistiche assolutamente da escludere.

Il sovraccarico può essere:

Debole:singolo sciatore, escursionista senza sci.

Forte:gruppo compatto di sciatori;mezzo battipista.

Il manto nevoso può essere:

Ben consolidato

Moderatamente consolidato

Da moderatamente a debolmente consolidato

Debolmente consolidato

Scala delle incidenze di acclività

Pochissimi pendii ripidi: pendenze inferiori al 5%

Alcuni pendii ripidi: pendenze dal 5 al 25%

Molti pendii ripidi: pendenze dal 25 al 50%

Maggior parte dei pendii ripidi:pendenze oltre il 50%

Possiamo valutare la pendenza di un pendio utilizzando i bastoncini da sci, uno piantato nella neve verticalmente, l’altro orizzontalmente facendolo scorrere sul primo sino a che la punta si appoggia sul pendio.La inclinazione del pendio è determinata in funzione del punto in cui l’impugnatura del bastoncino orizzontale si trova rispetto a quello verticale:

all’altezza dell’impugnatura 45° 100%

a tre quarti 37° 20%

a metà 27° 15%

ad un quarto 14° 8%

Un pendio è potenzialmente pericoloso quando il bastoncino orizzontale raggiunge o supera la metà del bastoncino.

Esistono 3 tipi di valanghe: di neve incoerente, di neve umida, a lastroni.

Queste ultime si suddividono in valanghe a lastroni superficiali e di lastroni di fondo, questi ultimi generalmente di neve umida.

Si suddividono ancora in valanghe immediate e valanghe ritardate.

AZIONI di carico sulla neve causata dal peso dello sciatore:

salita: da 1 a 2 volte il peso

conversione in salita: da 2 a 3 volte il peso

curva stretta in discesa: da 4 a 5 volte il peso

caduta in discesa: da 6 a 7 volte il peso.

Si pensa che la causa di distacco di una valanga sia dovuta al “taglio” del pendio;in realtà sono le continue e prolugate sollecitazioni dinamiche del carico dello sciatore su strati deboli all’interno del manto nevoso che provocano la rottura degli ancoraggi periferici di un lastrone.

La valanga dipende dalla quantità di neve ed alla inclinazione critica del pendio:

INCLINAZIONE PENDENZA EFFETTO

0°-11° 0%-19% valanghe radenti di neve asciutta

11°-20° 19%-36% valang.di neve asciutta,non si ferma

30°-50° 58%-119% normale distacco di val. a lastroni

40°-60° 84%-173% freq.distacchi di val.di neve incoer.

Oltre 60° oltre 173% continue scariche di neve incoer.asc

Per valutare la stabilità del manto nevoso occorre tener conto della quantità di neve fresca;dell’intensità e direzione del vento;delle temperature;della morfologia del terreno.Temperature molto basse proteggono nel tempo il pericolo di distacco a causa del rallentato metemorfismo.Versanti del quadrante da Sud Est a Sud Ovest scaricano prima di quelli in ombra o a Nord.Forti escursioni termiche fra giorno e notte possono accelerare il distacco.Temperature quasi costanti e di poco inferiori allo 0° facilitano un rapido assestamento con scomparsa del pericolo dopo 5-6 giorni dalla fine della nevicata.Importante è l’intensità della nevicata:con debole intensità il pericolo è quasi nullo, con nevicate intense, specie se superiori a 2,5 cm all’ora, il grado di pericolo è molto forte.Il vento accumula irregolarmente notevoli quantità di neve e forma lastroni ventati, rigonfiamenti, accumuli di neve e cornici. Quando il vento soffia forte, taluni versanti (sopravento) sono completamente denudati dalla neve, altri versanti (sottovento) subiscono um notevole accumulo. Questi soni i più pericolosi…

TEST DI STABILITA’ DEL MANTO NEVOSO.

Test della pala, degli sci, del salto dello sciatore ecc.. sono poco affidabili.

Il Test col penetrometro, complesso da eseguire, fornisce utili indicazioni circa la diversa consitenza dei vari strati nevosi. Con l’esame cristallografico si ottengono informazioni di come sono disposti i vari strati di neve:

cristalli vicini alla forma originaria codice 1 neve fresca

forme irregolari e spigolose “ 2 “ feltrosa

grani arrotondati senza spigoli vivi 3 granulosa

cristalli con spigoli vivi e faccette piane 4 scorrevole

cristalli cavi a calice 5 scorrevole

grani grossi e rotondi 6 umida

Dopo l’analisi cristallografica ed aver annotato le temperature ogni 20-30 cm. , si esgue il test di durezza degli strati:

con il pugno resistenza molto debole codice 1

con 4 dita debole 2

con 1 dito media 3

con una matita medio-alta 4

con una lama di coltello alta 5

impenetrabile molto alta 6

CONDIZIONI FAVOREVOLI AL DISTACCO DI UNA VALANGA

Perché si formino le valanghe è necessario che la neve abbia ricoperto tutte le asperità del terreno (rocce,pietraie, arbusti e cespugliame), ed occorre poco meno di un metro di neve nella zona di distacco e lungo i pendii.

  1. In assenza di venti sulle creste i pendii sottovento e sopravento hanno uguale possibilità di essere caricati di neve.

  2. Con venti forti ,il carico si ha quasi tutto sottovento.

  3. La pioggia indebolisce tutti i pendii (apporta calore negli strati profondi.

  4. Le valanghe si staccano soprattutto lungo pendii moòto ripidi;durante le precipitazioni nevose i versanti con una inclinazione superiori ai 50° scaricano continuamente.

  5. Le vallette, gli impluvi, le zone concave, i canali privi di bosco ad alto fusto sono pericolosi.

  6. Nei comprensori sciistici tutti i pendii privi di vegetazione e con inclinazione maggiore di circa 28° possono dare origine a valanghe.

  7. Se dopo una nevicata vi sono parecchie valanghe cadute su versanti in determinate esposizioni, tutti i pendii con quella stessa esposizione devono essere considerati pericolosi.

8)La probabilità che si verifichi il distacco di un lastrone di fondo è maggiore lungo i pendii interessati da brina, di fondo e di superficie.

  1. Direzione, intensità del vento(+ di 25 km/h), e della nevicata (+ di 2,5 cm./h) favoriscono l’immediato pericolo di distacco.

  2. La neve bagnata assorbe più radiazioni solari di quella asciutta, quindi è più instabile, soprattutto nel pomeriggio.

  3. L’instabilità di un pendio aumenta con l’aumentare del carico di nuove precipitazioni nevose.

  4. Abbondanti nevicate superiori ai 120 cm creano immediate condizioni di probabilità di distacco.

  5. Con freddo intenso vi è pericolo in quanto l’assestamento è inibito dal freddo.

  6. Un repentino aumento delle temperature diminuisce la coesione dei cristalli aumentando l’instabilità.

  7. L’aumento dell’umidità e della temperatura duranre la nevicata è un fattored’instabilità perché determina l’accumulo di neve pesante su uno stato di neve preesistente più leggero.

  8. Forti escursioni termiche tra giorno e notte accelerano il distacco.

  9. Temperature quasi costanti e poco inferiori allo 0 provocano un rapido assestamento con scomparsa del pericolo dopo 4/5 giorni dalla nevicata.

  10. La copertutura erbacea o cespugliosa non permette una perfetta adesione della neve al suolo e ne favorisce lo slittamento a valle, in quanto consente la circolazione di quantità d'aria che porta alla formazione di brina di profondità.

Valanghe di lastroni (80% delle valanghe) sono le più pericolose per gli sci-alpinisti.Quelle provocate da sciatori sono generalmente di piccole dimensioni (larghezza ca 50 m.,lunghezza 80, spessore 0,45), ma sufficienti per le gravi conseguenze.

La valutazione del pericolo di valanghe avviene in tre fasi:

  1. pianificazione della escursione a tavolino

  2. Scelta dell’itinerario sul terreno

  3. Valutazione del singolo pendio

Ciò permette di ridurre il pericolo di essere travolti da una valanga.

Riduzione del rischi0 del 70%: 24 ore prima della gita informarsi dal bollettino nivologico. Scelta della gita consultando una carta adeguata per valutare tutte le caratteristiche del terreno.esposizione, morfologia, vegetazione pendenze, dislivelli.

Riduzione del 15%: Giunti sul posto assumere informazioni dettagliate sulle condizione del manto nevoso e di eventuale pericolo di caduta valanghe.Valutare le condizioni locali del tempo. Informarsi dalle persone che rientrano.

Riduzione del 10%. All’inizio e lungo l’itinerario verificare le effettive condizioni della neve:valanghe eventualmente già cadute, presenza di cornici sulle creste, segni di azione del vento, eventuali accumuli di neve, valutazione della pendenza del versante. Se sorgono dubbi effettuare la prova di carico o la prova della pala. Resta comunque un residuo di rischio del 5% non eliminabile….Nella valutazione locale dei pericoli da valanga la conoscenza dei processi che avvengono all’interno del manto nevoso e l’esperienza che consente di sviluppare la logica induttiva hanno ancora un ruolo determinante.

Roby dl cit.

Dal manuale “Rischio valanghe”edito dalla Provincia di Cuneo, di Sergio Costagli, del Servizio Valanghe Italiano.

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GITE IN VALLE PESIO.

  • 1)DAL PONTE DEL RIO RUMIANO (845 m.ca prima dell’omoninma borgata, dopo S,Bartolomeo di Chiusa Pesio, prima della Certosa), A GIAS PITTE’,CIMA PITTE’,CIMA MOTTA.(per i più bravi fino a Bric Costa Rossa, 2404 m.).ESPOSIZIONE in salita NORD-EST,poi SUD-EST.

    Da Chiusa Pesio si percorre la Valle Pesio fino a S.Bartolomeo, si prosegue in direzione Certosa per circa 1 km., per poi imboccare sulla dx la strada che conduce alla borgata Tetti Rumiano. Fatti pochi metri, si lascia l’auto in prossimità del ponte che attraversa il rio Rumiano (845 m. ca.), poco prima delle case della frazione, e si segue la pista forestale sulla dx. orografica del corso d’acqua.

    Si segue detta pista fino ad un ponticello che permette di attraversare il rio spostandosi così sulla sn. orografica. La strada forestale con uno sviluppo di 7 km. ca ed un dislivello di 500 m. percorre la bella faggeta, guadagna dolcemente quota con ampi tornanti e tratti rettilinei fino a quota 1280 , ore 1,15, dove si incontra un bivio:si tralascia la traccia sulla sn. e si prosegue con una decisa deviazione sulla dx.,sud, seguendo ancora la pista che si innalza nella faggeta sempre più rada, fino a raggiungere il limite del bosco. Qui un ripido ma breve pendio (evitabile tenendo il costone di dx.) conduce all’ampia sella dove si trova il Gias Sottano Pittè (1620 m.,ore 1,40), alla base del lungo costone della cima omonima.Qui i pendii diventano aperti, panoramici, di ampio respiro, e ripagano dello sforzo compiuto, e ci si può fermare, mentre il gruppo degli esperti può risalire per ampi ed ondulati pendii fino ad un restringimento verso quota 2000, superato il quale si perviene all’ampia dorsale sullo spartiacque tra le valli Pesio e Vermenagna, in prossimità della Colla Piana, ed in breve, piegando a dx., alla arrotondata sommità della cima Pittè(2175m., ore 1,30).Perdendo leggermente quota si percorre l’ampio crinale, che è un balcone panoramico eccezionale sulle cime della valle Vermenagna e della valle Gesso, fino a raggiungere la cima Motta, 2285 m. Volendo da qui si può raggiungere Bric Costa Rossa, m.2404, ove lo sguardo che si apre sulla pianura e sulle montagne che la circondano a corona è davvero ampio e maestoso, anche grazie alla posizione centrale che la montagna ha rispetto alle altre catene montuose. Varie possibilità di concludere l’escursione quindi: a Gias Pittè (ore 1,15 + 1,40), a cima Pittè o a cima Motta. Il ritorno si fa per la stessa via di salita, volendo si possono tagliare alcuni tornanti ove la vegetazione è più rada, fino ad incontrare la pista poco prima del bivio a quota 1280, da dove si segue la pista fino al punto di partenza.

    2)DA PRADEBONI A LOCALITA’ LE MESCHIE (a volte aperta al traffico fuoristrada; in tal caso si può tagliare in mezzo ai boschi), A GIAS MORTEIS. SALITA A COSTA D’LA MULA (per i più bravi, ca 350 m. in più, ore 1,per un ampio pendio,meglio percorrerlo tenendosi sul lato sn, salendo.).

    QUESTE GITE POSSONO ANCHE ESSERE EFFETTUATE IN RAMPICHINO NELLA STAGIONE ESTIVA,LA PRIMA FINO A GIAS PITTE’, LA SECONDA FINO A GIAS MORTEIS.

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GIRO DELLA BISALTA

Giro della Bisalta effettuato il 24-07-1995 da Mariano,Tonino, Vittorio e Roberto.

Partenza ore 05,00 dal viale di Peveragno, via Bisalta sino al bivio x via Grima,antico sentiero che collegava un tempo le nostre località con la costa nizzarda. Via grima viene seguita fino a Tetti Fenera, Comba e Battaia per giungere al colle Bercia, m.1236. Qui via Grima prosegue ancora, ma più avanti abbiamo delle difficoltà ad individuare il sentiero che porta verso la zona di Passo Ceresola:infatti nei pressi di una vasca dell’acquedotto bisogna tralasciare sia la diramazione di dx che scende verso la vasca, sia quella di sn., che punta in direzione della Besimauda, ma bisogna individuare un sentiero che prosegue diritto con tracce labili. Superato un abbeveratoio x animali, si cerca ancora di individuare un sentiero, molto sporco, che con un traversone giunge alla cima Giassetto, m.1428, montagnola che si intravvede in direzione sud e caratterizzata da alcuni abeti e prati sul costone più alto.

Da qui il sentiero è ben segnato, e tralasciando la diramazione sud che scende al rifugio Garb, si prosegue con diversi traversoni in direzione Costa Raviola, per salire al Gias “Murisiu”, m.1700. A questo punto Bric Costa Rossa è proprio sopra di noi, ma parecchio più in alto. Ma il nostro giro prosegue in direzione di Passo Ceresola per congiungersi , a circa 1900 m. di altitudine, col sentiero L 8 che giunge proprio da questo passo che si vede in lontananza.Ora il sentiero è molto evidente, ma comincia la ripida salita che in un’ ora di cammino ci porta dapprima a Cima La Motta, m.2285, quindi a Bric Costa Rossa, m.2404.

Iniziamo quindi la discesa in direzione della Valle Pesio, cercando l’imbocco del sentiero delle “gallerie”,detto così per la fitta vegetazione che lo nasconde alla vista, che troviamo a circa 1700 metri di altitudine, oltrepassato Gias Giraud. E’ un sentiero abbastanza disagevole, e non è piacevole percorrerlo per la difficoltà a vedere eventuali vipere: infatti ne vediamo una e la evitiamo.Infine sbuchiamo ad un Gias,Pravinè Sottano, m.1586, da dove con una breve rampa risaliamo alla strada che collega Gias Pravinè di mezzo a Gias Morteis, verso cui ci dirigiamo, non prima di esserci dissetati all’ottima fontana “d’Camillu”.All’ultima curva prima di scendere al Morteis, imbocchiamo a sn. il sentiero dei “Pusin”, ben segnato, che con un lungo traversone porta alle Stalle Artondu, m.1449. Ancora una salita e giungiamo al Gias della Sella, m.1597, posto molto bello e panoramico, che apprezziamo molto dopo 12 ore circa di camminata. Da qui scendiamo su sentiero ben pulito e segnato, ma disagevole, a Fontana Cappa, m.1370. Non ci resta che scendere a Peveragno; all’imbocco con via Grima praticamente si chiude l’anello;patiamo la discesa su asfalto, anche per la stanchezza, e concludiamo la nostra avventura di prendere in giro la Bisalta, chiedendoci se non sia stata lei a prendere in giro noi.

Roby dl cit.

Dagli archivi del CAI Peveragno, febbraio 1984.

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PERCHE’..CON IL CAI

Dopo i primi anni pieni di entusiasmo, forse è capitato a tutti di chiedersi quale necessità c’era di associarsi ancora al Club alpino Italiano e che senso può ancora avere tale sodalizio negli anni 2000.

Il CAI, fondato come “libera associazione nazionale degli alpinisti” nell’ottobre 1863 dallo statista Quintino Sella, quarto nel suo genere in Europa, si può dire sia nato proprio sulle nostre Alpi Occidentali, precisamente il 2 agosto 1863, giorno in cui Quintino Sella saliva il Monviso con altri 3 compagni, destinati poi ad essere i primi soci.

Gli scopi del sodalizio sono già ben specificati nel primo articolo dello statuto, che lo indica come “Associazione Nazionale che ha lo scopo di promuovere l’alpinismo in ogni sua forma di manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, specialmente quelle italiane”.

L’impegno, preso in articoli successivi, di difendere e conservare il paesaggio e la natura alpina, lo pone tra le prime associazioni nazionali che hanno parlato di ecologia.

Ma in effetti cosa può voler dire ai nostri giorni questa “grande famiglia di galantuomini che sta al di sopra di ogni distinzione sociale, religiosa, politica,etnica”?

Di proposito non si vuole continuare ad elencare i vantaggi morali o spirituali, essendo ormai fuori moda l’epoca dei nobili ideali, ma ricordare gli utili che possono derivare al socio con il possesso del bollino annuale sulla tessera (quota associativa a prima vista non trascurabile).

In primo luogo si sa che ogni socio può partecipare alle assemblee sezionali ed esprimere le proprie idee. Può usufruire di tutti i rifugi di proprietà del Club Alpino Italiano con posizione prioritaria rispetto ai non soci, godendo le stesse agevolazioni anche nei rifugi dei Club Alpini Esteri che abbiano “diritto di reciprocità con il CAI.”

Qualunque socio ha libero ingresso nelle sedi di tutte le sezioni o sottosezioni, con diritto di partecipare alle manifestazioni da queste organizzate( corsi, escursioni nazionali, gite estive ed invernali, proiezioni, conferenze, ecc…)

In caso di infortunio in montagna sono assicurati per le spese di soccorso (diarie delle squadre di soccorso, elicottero ecc..), ed essendo il “Corpo Nazionale del Soccorso Alpino” uno degli organismi centrali del CAI, (.. una sezione.. ), non è necessaria, in caso di chiamata, alcuna denuncia da parte del socio infortunato a tale Corpo Nazionale. Penserà infatti a questo il “capo stazione di soccorso” intervenuto ad avviare le pratiche del caso, richiedendo gli estremi della tessera (da portare sempre con sé), dell’infortunato.

La pratica dell’alpinismo non è esente da pericoli, causati a volte da fattori del tutto imponderabili, ma più sovente da imprudenza od inesperienza, ed il poter usufruire di tali agevolazioni è una buona sicurezza.

Anche le riviste mensili o bimestrali che ogni socio riceve è in fondo un vantaggio, perché portavoce di interessi alpinistici comuni ed informatore su quanto avviene in montagna.

Ma questi vantaggi, se possono in larga misura ripagare le spese per il bollino annuale, sono poca cosa in confronto ai vantaggi che, secondo me, può offrire il CAI alla società negli anni futuri.

Oltre ai più espliciti della difesa dell’ambiente e della conservazione della civiltà che da sempre hanno caratterizzato la montagna, c’è anche quello di ridare ideali ai giovani che formeranno tale società.

Non credo sia retorica pensare che la domenica trascorsa partecipando ad una delle innumerevoli attività del CAI sia migliore di quella attorno ad un tavolo di caffè o dietro al visore di uno dei tanti video-giochi del momento. Come del resto partecipare ad uno dei tanti sports imposti dalla moda o dai max-media con la pubblicità possa essere più interessante che non una disciplina dell’alpinismo (arrampicata, escursionismo, speleologia, ecc..) e dello sci-alpinismo.

La volontà di continuare l’iscrizione al CAI non può quindi limitarsi ai vantaggi materiali, perché con il tempo si esaurirebbe, ma proprio cercare vitalità con l’impegno in una delle attività sezionali.

Il riuscire in un futuro a passare le nostre esperienze ad altri è senza dubbio possibile in una sezione come la nostra, senza mancare di quel pizzico di soddisfazione personale che tutti inorgoglisce.

Riccardo Campana  (tratto da "L CAI d’Pouragn anno 1° n.°1. febbraio 1984)

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Fu Anco a lanciare l’idea durante il consiglio direttivo di quel dicembre 1983:” c’è la luna piena, chi viene con me ad accendere un falò sulla seconda punta della Bisalta, la sera di Capodanno?” Essendo l’unico scapolo di quel Direttivo (gli altri erano giustamente impegnati con mogli e fidanzate per quella ricorrenza), solo io potevo accettare la proposta di Anco, e lo feci entusiasticamente. C mettemmo d’accordo, ed alle ore 20,00 di quel 31 dicembre 1983 Anco passò a prelevarmi con la sua 1100 R rossa. Andammo ai Pradeboni , c’era molta neve quell’anno. Partimmo sci ai piedi dal curvone ove inizia la sterrata che da Pradeboni porta alle “Meschie”. C’era la luna piena, e quasi non avevamo bisogno delle lampade frontali. Nello zaino io avevo una bottiglia di Barolo d’annata, Anco un panettone…Inoltre portavamo legna e stracci per accendere il falò. Arrivati sopra Gias Morteis , incontrammo una coppia di Peveragno che saliva anch’essa, ma a piedi. La neve era dura , e scivolavano. Demmo loro i nostri ramponi, tanto a noi erano sufficienti le pelli di foca. Proseguimmo, loro si fermarono un po’ più avanti. La salita divenne man mano più faticosa, tanto che non sentivamo il freddo, malgrado fossimo sottozero. Io come al solito ero più lento, il tempo passava, mezzanotte si avvicinava, chissà se saremmo arrivati in tempo sulla seconda punta per accendere il falò? Anco decise di proseguire più speditamente, per poter arrivare prima della mezzanotte in vetta. Ci sarebbe voluto un momentino prima che il falò facesse una bella fiamma visibile dalla pianura, e non volevamo fare brutta figura con gli amici che avevano promesso di uscire all’aperto subito dopo mezzanotte per ammirare il falò e riunirsi idealmente a noi. Proseguii da solo, arrancando, spinto dall’ansia di arrivare per tempo. Ogni tanto lanciavo una occhiata alla pianura. Era una notte nitidissima: la luna e e le stelle brillavano intensamente nel cielo; laggiù si vedevano le luci dei vari paesi, sembrava tutto un presepe. Giunsi finalmente alla base della seconda punta, le rocce erano tutte coperte dalla neve. Facendo le “gucce” percorsi rapidamente la parte finale. Ad un certo punto guardai l’orologio: erano le 23,50. Accelerai ansimando e riuscii a giungere appena in tempo sulla vetta. Anco aveva già acceso il fuoco con stracci e piccoli rami, io tolsi dallo zaino altra legna, più grande, e facemmo un bel falò, che poi ci dissero gli amici si vedeva bene dalla casa di “Nino”, ove erano andati a festeggiare il nuovo anno. Misi il Barolo vicino al fuoco perché raggiungesse la temperatura giusta. Ci stringemmo la mano e guardammo giù….era incominciato il nuovo Anno. Mangiammo il panettone e brindammo col Barolo; restammo un po’ sulla vetta. Era tutto pace e silenzio, immaginavamo i botti che invece esplodevano in pianura. Meglio qua senz’altro, la pace che vi era tutto intorno la avevamo anche dentro, assieme ad una certa soddisfazione per aver festeggiato in modo un po’ insolito quel Capodanno. Dopo un po’ decidemmo di scendere: non ricordo se e quanti voli feci durante la discesa, col pensiero ero rimasto lassù..Giungemmo stanchi ma contenti all’auto, vicino alle ruote trovammo i nostri ramponi…Non potevano sbagliarsi i nostri amici, c’era solo l’auto di Anco quella notte in quella zona…Finalmente alle 3,00 giungemmo a casa, ripromettendoci di compiere ancora quella avventura, ma negli anni seguenti o non vi era la luna piena, o non vi era la neve; poi passarono gli anni….Ma ricordo quel Capodanno come uno dei più belli da me trascorsi.

Roby dl cit.

Dagli archivi del CAI Peveragno, febbraio 1984.

 


Ultimo aggiornamento Lunedì 28 Luglio 2014 19:25